UN'ANTEPRIMA

Che cos'era il suo ritrovo d’infanzia? Un parco ameno e curato? No. L’erba era alta e gonfia e lui ci correva dentro; la schiacciava ma i piedi non sentivano il suolo, la terra ammorbidiva la frenesia goffa delle corse. Nuotava nel verde, gli alberi intorno ombreggiavano lunghi e densi rinfrescando fino al tramonto.

Lo spiazzo è malato, ora. Giallastro. E nero dove sono le fosse, come se in attesa di carogne. I mucchi di terra abitati da vermi.

L'inizio della sua opera è testimoniata da quei buchi che il sole non ha ancora asciugato. S’è risollevato un passato pieno di odore di terra, di cui ha adocchiato distrattamente le prime tracce all’arrivo, con il piccolo in braccio: notando, vicino alla stradina che dal bosco conduce fino alla porta di casa, un mucchio di pietre bianche, pulite e luminose. Anni prima quel piccolo mucchio aveva richiesto un grande sforzo di ricerca: erano elementi che spiccavano anonimi dal verde; e da bambino, anziché spiegarsi l’anomalia, aveva pensato di poterla ordinare. Per passare il tempo. Aveva sprecato fiato in un daffare inutile. Smettendo di urlare e saltare. Disciplinandosi. Ricorda bene, era estate: al crepuscolo, quando le ombre nervose dei rami d'albero parevano radici di una notte che emergeva dal suolo, quelle pietre riposte all’angolo della casa rimanevano macchiette luminose e solo per un attimo arrossate, come albicocche.

Ricomincia a caso da una delle buche. La terra è morbida, ma a tratti respinge l’affondo della pala. Dà maggior forza ai colpi e cerca di regolarsi il respiro. Il pregio di tale azione è nella semplicità. Ampi movimenti delle braccia; forzare; tirare su la terra. Esigenza del corpo e necessità del pensiero: non un’evasione dalla vita quotidiana, bensì la dedizione a un unico scopo. Insiste sul lavoro e minimizza ogni altra azione, i pensieri di una vita intera si allentano; la filosofia gigioneggia, la fantasia è più tangibile. Per salvare la vita del figlio ogni sapienza è vana. Come la disperazione. Deve cercare il silenzio.

Prepara il sacrificio.

La vista a momenti gli si appanna. C'è sempre quel bambino – figura nitida, piccola ma pesante – che non lo molla mai, seguendolo fino agli scavi o dentro casa. È vestito con calzoncini scuri e una maglietta rossa. E neri sono i capelli, un po’ unti, con la riga a lato. Occhi color nocciola, color tenerezza, la boccuccia sottile. Scuote la testa.

Alla sua presenza, l’uomo reagisce scavando con maggior lena. L’energia e l’eccitazione si ravvivano. Lo disturba quel passeggiargli intorno, l’apparire e scomparire, la sfacciata familiarità che gli viene mostrata.

E la voce.

“Senti” gli fa quel bambino, alzando il mento, “le pietre non sono mica semi. Cosa vorresti piantare, poi?”

Non gli risponde; cala la pala; strappa radici; solleva altra terra.

Ma quel bambino ha la parola irresistibile, dolce, seppur melliflua quando ironizza sul daffare inconsueto: “Il cielo è così terso: l’aria è leggera e la natura clemente; il bosco, lo vedi da te, è rimasto aggraziato e pacifico, come ai tempi d’infanzia. Tanta bellezza dovrebbe soddisfarti. Potresti metterti il cuore in pace. Potresti serbare la dignità a te stesso e al tuo povero figlio. Invece ti fai lercio.”

Lo vede gesticolare, indicare con le manine le cime degli alberi. Cerca d’ignorarlo. S’inginocchia e tuffa le mani nella buca appena riaperta. Ha scorto una macchia bianca: un’altra pietra. Insiste. Ha le dita scorticate dalla terra resistente.

“Davvero si è artefici del proprio destino. Sei giunto qua con intenzioni ferme. Dure, certo, e giuste. Ma sei stato capace di ricrearti un’illusione con celerità imbarazzante.”

Tira su con forza. Pare un masso: si aiuta con le gambe; gli duole la schiena, come prossima a uno strappo.

“Calmati.” Ancora il tono mellifluo. “Non sei più giovane. Non lo sei mai stato.”

Forse le pietre piatte non basteranno. Dovrà adoperare ogni materiale possibile? Rivoltare tutto con le sole mani?

“Puoi fermarti, se vuoi. Non accadrebbe nulla; non sarebbe una debolezza e non diventeresti pazzo. Invece ti tormenti. Diventerai pazzo se cercherai di spiegarti il dolore; o di pensare che una forza onnipotente voglia lenirtelo. Il divino è sempre attirato dai dolori. Ti ha già levato l’amore, e ora tuo figlio; cos’altro vuoi che strappi via?”

Si ferma per ritrovare fiato. Si raddrizza. Stringe forte il manico del suo arnese; si volta, vede il sole ancora alto e osserva la casa. Il figlio lo aspetta dietro la porta.

Non vorrebbe pensare più. Ma c’è una profonda incoerenza nella fede che lo spinge a dubitare, a dubitare sempre. Una ferita. Il raziocinio, che dovrebbe illuminare la sua volontà, si interrompe con la scelta drastica di affidarsi all’ignoto; è come se la luce della fede diventasse tanto luminosa da accecare chi la persegue. Allora si avanza tentoni nell’ombra, ma per scelta: si abbandona il raziocinio per un’obbedienza cieca a un nulla, a una presenza invisibile. Per una misericordia che pare non annunciarsi. Si continua a morire o sopravvivere. Suo figlio non è vivo né morto, è in una penombra: il corpo è caldo, il cuore batte – ma lo spirito non si ribella, non reagisce nemmeno di fronte all’amore paterno. Basterebbe aprire la porta della cascina davanti a sé per ritrovarselo immobile e immutabile. Al più continueranno i cambiamenti del suo corpo, ma con una deformazione dell’identità. Il ragazzino crescerà ancora, ma indifferente all’anima che porta.

L’onnipotenza lascia in circolazione corpi vuoti che nemmeno il dolore riempie. E né preghiere né devozione possono scuoterli. Ma la fede esorta ad accettare i loro silenzi.

Potrebbe ora mollare. Entrare in casa. Volgersi al figlio; e far valere su di lui la propria volontà. La propria libertà.

Ma si rifiuta. Ritorna alla terra. Riprende a scavare.

Ha la mascella indolenzita.

Quel bambino è scomparso.

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